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Gabriele Salvatori racconta l’ispirazione dietro al progetto The Village

04.2021

L'ispirazione dietro The Village: una chiacchierata con Gabriele Salvatori

The Village è una collezione di miniature scultoree in pietra naturale, ciascuna delle quali esprime l’interpretazione che i designers hanno del concetto di casa.

Ispirato dalle riflessioni sull’importanza della casa che Gabriele Salvatori ha avuto durante il Lockdown 2020, il progetto affronta l’idea che non importa da dove veniamo nel mondo, non importa quale sia il nostro background; quando si tratta di cose essenziali nella vita, non siamo così diversi gli uni dagli altri.

Il mondo si mostra, così, per ciò che è in realtà: un villaggio globale, caratterizzato dalle diversità culturali che si riflettono anche nelle varie composizioni dei designer di fama internazionale coinvolti.

Parliamo con Gabriele riguardo a ciò che ispirato The Village e del motivo per cui così tanti designer hanno voluto contribuirvi.

Gabriele Salvatori racconta The Village: una collezione di case in miniatura ispirate alle esperienze del Lockdown 2020.

Qual è stata l’ispirazione alla base di questo progetto?

Ho avuto l’idea durante il primo lockdown all’inizio del 2020, quando il mondo si è letteralmente fermato. In Italia, siamo stati probabilmente il primo grande paese a chiudere completamente, cosa che ci ha traumatizzato tutti.

Dopo lo shock iniziale, due cose in particolare mi hanno davvero colpito.

La prima è stata comprendere quanto sia importante la nostra casa. Fino ad allora, io stesso la consideravo come qualcosa di meramente funzionale ma è bastato quel periodo a farmi cambiare idea. All’improvviso la casa è diventata un rifugio dove proteggerci e, passando così tanto tempo al suo interno, è stato facile capire quanto questo luogo ci influenzi in realtà e quanto sia necessario che corrisponda ai nostri canoni e particolarità.

L’altra cosa che mi ha colpito è stato lo spirito di solidarietà che si è potuto notare fin da subito e non solo con i vicini di casa, ma anche col resto del mondo. Quella solidarietà mi ha mostrato che la sofferenza unisce le persone e che alla fine siamo tutti molto più simili di quanto ci piaccia pensare. Vogliamo tutti le stesse cose: pace, amore, serenità, sentirsi al sicuro.

E’ stato allora che ho iniziato a ponderare sul concetto di casa; mi chiedevo come lo vedessero gli altri e come tale concetto potesse essere interpretato.

Cosa ti ha portato a coinvolgere una serie di designer piuttosto che uno solo, e come li hai scelti?

Volevo che questo progetto riflettesse la mia idea di una comunità globale, in cui tutti possiamo provenire da contesti e culture diverse, ma troviamo un modo per vivere insieme. Ho voluto, quindi, applicare lo stesso pensiero alle sculture, così da ottenere una versione in miniatura del mondo reale, questo piccolo ma grande villaggio globale.

Per quanto riguarda chi è stato coinvolto e perchè, beh, ogni volta che lavoriamo con i designer il punto di partenza è sempre lo stesso, i valori condivisi, ma per questo progetto ho voluto che venissero rappresentate anche le diverse provenienze e influenze culturali dei vari artisti, volevo che emergessero nel loro lavoro.

Abbiamo, quindi, Kengo Kuma che rappresenta la visione e la sensibilità dell’Estremo Oriente, poi Steven Burks, il cui lavoro è influenzato dal suo background culturale, con la sua espressione di architettura e atteggiamenti africani.

A rappresentare il mondo anglosassone c’è John Pawson, e poi ci sono anche George Yabu e Glenn Pushelberg, con le loro diverse origini che contribuiscono a dare loro una visione e un modo diversi di guardare le cose.

Sul fronte europeo abbiamo, poi, Patricia Urquiola con il suo stile latino, le linee pulite distintive del belga Vincent Van Duysen e, ultimi, ma non meno importanti, i nostri amici di lunga data Piero Lissoni, Elisa Ossino e Rodolfo Dordoni che rappresentano l’Italia.

Quello che stavo cercando era un insieme di punti di vista e visioni completamente diverse, ma che in qualche modo avrebbero collaborato per rendere, attraverso il loro lavoro, il concetto di comunanza multiculturale tangibile.

Cosa significa “casa” per te?

La pandemia ha fatto sì che molte persone guardassero le loro case con occhi nuovi, e questo è certamente quello che è successo a me.

Fino ad allora, la casa per me era un posto in cui non ho mai trascorso molto tempo, e quando ero lì l’abitavo in un modo un po ‘distratto, devo essere sincero.

Qualcosa però in quel periodo è cambiato; adesso vedo la mia casa come una specie di nido, un’estensione esterna di quello che sono. E ora vedo anche “casa” nel senso più ampio del termine, come un luogo dopo posso rifugiarmi dal mondo esterno e sentirmi protetto.

Cosa rappresenta per te The Village?

Per me, The Village è un’espressione del mondo così com’è. È una rappresentazione in miniatura del mondo in cui viviamo, un mondo che a volte è difficile vedere in modo oggettivo, perché spesso veniamo distratti dalla soggettività della vita giornaliera, quella che si vive giorno dopo giorno.

In realtà, però, il mondo è una comunità e non è così grande e diverso come tendiamo a pensare, e c’è voluta una pandemia per renderci davvero di tutto questo.

Perché stai presentando il lavoro dei diversi designer gradualmente, piuttosto che tutto in una volta?

Ci sono un paio di ragioni.

La prima è che penso che ogni designer meriti di avere il​ proprio momento sotto i riflettori. Dopotutto, hanno avuto la possibilità di creare qualcosa che riflettesse il loro gusto e la loro visione personale. Qualcosa che va oltre l’arte, il design e l’architettura per racchiudere ciò che c’è di più intimo e personale. In un certo senso, si potrebbe dire che ogni designer ha messo a nudo la propria anima.

Inoltre, la maggior parte dei villaggi vengono creati nel tempo, con nuove case in costruzione e nuove famiglie che arrivano gradualmente, piuttosto che in un colpo solo, e mi piace l’idea che The Village rifletta questo.

Pensi di esporre The Village nella sua totalità prima o poi?

Una volta che saranno stati presentati tutti i singoli lavori, ho il sogno di riunire fisicamente ogni miniatura ed esporre The Village nella sua interezza.

Il Salone del Mobile sarebbe l’ideale, sarebbe anche l’occasione per celebrare il ritorno a una nuova normalità, che spero si baserà su valori come la solidarietà e il rispetto per ciò che ci rende tutti diversi. Questo è almeno il mio piano generale!